Da Levi al Primitivo, così rinasce Matera

letto su divini.corriere.it di Luciano Ferraro

Sui Sassi di Matera si spargono le note di Miles Davis. Vengono dalla Casa Cava, un ventre sotterraneo color ocra, ex cantina, ex discarica, ora centro culturale. È domenica, nella grotta-teatro, si ascolta la tromba di «Kind of blue», rivoluzionario album del 1959. In quegli anni Matera stava liberandosi dalla «condizione preumana» come la chiamò Carlo Levi in «Cristo si è fermato a Eboli». Nelle grotte vivevano assieme persone e animali.

Le cantine erano cavità nella terra, l’uva veniva portata dai muli tra l’«incanto animalesco». Erano cento, una resiste, nel Sasso Caveoso: è di Rosa, un tempo camionista, ora viticultrice. Il vino ha accompagnato la storia di Matera: quello nei fiaschi che ancora adorna la Casa Grotta di vico Soli-tario (aperta al pubblico) e quello che viaggiava su furgoncini per rifornire i bar dei Sassi negli anni 50, come si vede nella mostra «Radici e Percorsi» all’ex ospedale San Rocco, grazie al fotografo Gianni Berengo Gardin. Italo Calvino raccontò quei vini mielati che arrivano da Matera allo studio romano di Carlo Levi, «tesori di lontani regni», «come una vertigine d’un mondo diverso che ruota nel suo tempo diverso».

Ora questo senso di estraneità è svanito. Accanto alle 150 chiese rupestri con culti e affreschi sovrapposti, ci sono 130 nuovi ristoranti. Ed altri apriranno da oggi al 2019, quando Matera salirà sul trono appena conquistato di capitale della cultura europea. I vicoli un tempo fangosi risplendono, le grotte ospitano enoteche, trattorie con ottime bottiglie (come quella «Del Caveoso»), B&B sapientemente restaurati («Alle Malve»), hotel lussuosi («Casa di Lucio»).

Su tutte le facciate di calcarenite delle case sventola la bandiera con il nuovo logo della città. Una scritta riassume la metamorfosi: «Matera da vergogna nazionale a capitale della cultura». Il vino è parte del cambiamento. Matera ha dal 2005 una propria doc. Nuove aziende crescono, come Parco dei Monaci, di Rosa Padula e Matteo Trabocca. Si trova all’ombra della gravina materana, nei terreni dei monaci che coltivano la vite nel ‘700: il suo Primitivo Monacello compete con i migliori della Puglia. Pasquale Lunati ha rinnovato l’azienda Taverna, a Nova Siri, pochi anni fa. E i risultati si notano nel bicchiere, ad esempio nel Moro I Sassi, Primitivo con Cabernet Sauvignon e Merlot. Ai nuovi vini si affianca il recupero di vitigni con anche 140 anni di storia, come quelli salvati dal Consorzio Terre dall’Alta Val d’Agri: Giosana, Aglianico bianco, Uva antica, Vujanese, Arvino ed altri. I test di microvinificazione sono stati presentati la settimana scorsa:

«Entusiasmanti — racconta il presidente Francesco Pisani —. Abbiamo piantato un vigneto sperimentale e abbiamo dimostrato che qui non esiste solo l’Aglianico».

Quella rivoluzione contadina invocata da Levi (con il popolo raffigurato nel suo dipinto «Lucania ‘61», di 18 metri, esposto a Palazzo Lanfranchi), si è avverata in un modo che lo scrittore non riuscì a profetizzare: i contadini «immobili nella Preistoria» fino a mezzo secolo fa, ora hanno trovato riscatto con turismo, cibo e vino, senza perdere le loro radici, nel Sud ancora «stregonesco e magico» come il jazz di Miles Davis.

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