Essere commercianti di vino, oggi

letto su slowfood.it di Fabio Pracchia –

1970-282-Maigret-e-il-commerciante-di-viniFigura strana quella del commerciante di vino, scongiurata come la grandine durante tutto l’anno e benvenuta quando il vino non esce dalla cantina.

Se in Francia il ruolo del négociant si afferma come elemento fondamentale, quanto meno riconosciuto, al funzionamento della macchina commerciale del vino, soprattutto a Bordeaux e in chiaro scuro anche in Borgogna, dalle nostri parti pur mantenendo la medesima importanza strutturale la figura professionale del commerciante è sfuggente, poco esposta ed evocata con un sospiro, come male necessario, da tanti produttori.

Ammetto di non avere una posizione precisa al riguardo. Nei giri in cantina ho ascoltato suonare molte campane. Chi dice che i commercianti in alcune annate hanno salvato la viticoltura ripulendo le cantine di vendemmie maledette, chi non sopporta l’atteggiamento speculativo di questa sorta di sensali del vino. Mi piacerebbe approfondire questo aspetto ma le indagini che ho timidamente intrapreso sono rimbalzate contro una sorta di muro di gomma.

Da parte mia ritengo che sia un problema di terra. Il commercio di vino ubbidisce, suo malgrado, alla legge del terroir. Più vale il suolo, più vale l’uva, più vale il vino, più vale il lavoro agricolo. In questa addizione di valore tutti potrebbero guadagnare e sopravvivere, la viticoltura sarebbe un mestiere dignitoso anche per chi non per forza deve imbottigliare.

imagesMa il baricentro di questo post vuole essere un altro. Lo scetticismo che domina verso chi acquista uva o vino deve essere in qualche modo scardinato e pensato di nuovo. In Italia si stanno rapidamente diffondendo, in Australia esistono da tempo così come in Borgogna, figure di vignaioli atipici che non disponendo di denaro per acquistare suoli prestigiosi, bypassano questo oneroso impegno per concentrarsi nella vinificazione di partite di uva.

Gli esempi che mi sovvengono sono dell’amico Tom Shobbrook in Autralia (ne ho parlato qui), della recente visita a Saint Roman in Borgogna dai bravi Sarnin-Berrux. Si tratta di ottimi e giovani vignaioli che interpretano in chiave moderna la produzione di vino. Un ibrido tra l’artigiano e il commerciante che è di stretta attualità, soprattutto per chi si muove dal basso con competenza e senza santi in paradiso o avi vignaioli.

In patria ho conosciuto negli ultimi anni molti ragazzi che con ammirevole passione si muovono in un mondo oppresso da inutile burocrazia. Esperienze come quelle della Fattoria Kappa a Rosignano, Frank e Serafico in Maremma, Ottomani a Impruneta, mi hanno positivamente impressionato. Si tratta di un modello commerciale virtuoso. Il più delle volte questo tipo dibusiness aiuta la viticoltura sommersa e permette la sopravvivenza della parte più debole ma necessaria della filiera produttiva quella del piccolo agricoltore.

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